Casa della Carità

Casa della Carità  “La Visitazione”

“Ecco: vorrei che accettaste di più il vostro sincero abbandono al buon Dio e che foste più allegre e gioconde in ogni circostanza, con me e con tutti gli altri.
Fate che questa diventi la caratteristica della Casa della Visitazione perché è la casa della gioia, del giubilo, del canto (Benedictus e Magnificat sono nati là), della buona accoglienza (Elisabetta a Maria SS.ma), del servizio generoso di Maria alla cognata, della nascita del grande amico e precursore di Gesù, Giovanni il Battista.
Del resto non badate tanto alle mie impressioni e accogliete invece con amore e con cura questi ultimi suggerimenti, che vi servono a caratterizzare sempre meglio la missione vostra in quella casa…”

(da una lettera di don Mario del 1954 alla Casa della Carità di Sassuolo)

La Casa della Carità è una famiglia, forse un po’ particolare, perché costituita da persone molto diverse fra di loro: una nonna, una bimba mongoloide, un bimbo in carrozzella, le suore che fanno da mamme e il Signore che è il Padrone di Casa. Essi non sono degli estranei fra di loro , ma familiari e condividono tutta la loro vita: mangiano insieme, pregano insieme, si divertono e si ricreano insieme.

Così le suore e gli ausiliari, cioè tutti coloro che in diversi modi aiutano la Casa della Carità, non fanno un’opera di assistenza, ma fanno famiglia con i poveri. E il centro di tutto sono loro: i poveri. E in loro il Signore.

“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Così ci dice Gesù e attraverso queste parole ci rivela la sua presenza nei nostri fratelli più piccoli, quelli più dimenticati dal mondo perché spesso sono bruti, deboli, malati, deficienti. Eppure proprio in loro Gesù ha scelto di continuare ad innamorarsi per essere in mezzo a noi così come è vivo attraverso la Parola di Dio che ascoltiamo e preghiamo attraverso Eucaristia. Ecco allora che la nostra Messa domenicale ha valore nella misura in cui noi sappiamo trasportarla e continuarla nella nostra vita di tutti i giorni: non possiamo far finta di niente di fronte a chi ha bisogno e ciascuno di noi conosce delle realtà di povertà, di malattia, di sofferenza.

È qui che il Signore ci chiama per vivere la Carità, cioè il servizio ai più poveri, non come semplice assistenza, ma come atto di amore al Signore presente in loro. Ecco dunque il significato che assume la Casa della Carità nella parrocchia: “Le case della Carità, espressione e strumento della carità del Vescovo, sono nella Parrocchia il “Tabernacolo” di Gesù presente nei poveri e la continuazione della Parola e dell’Eucaristia” (Dalle costituzioni della Congregazione Mariana delle case della Carità, Art 3,1).

La Casa della Carità custodisce i veri tesori, le perle più preziose, così come il tabernacolo custodisce il SS. Sacramento. Per i parrocchiani, gli ospiti della nostra Casa, non possono rimanere degli estranei, devono invece diventare coloro di cui ci si ricorda per primi in ogni occasione, coloro ai quali si riservano i posti d’onore, coloro con i quali si fa famiglia. Essi sono lo strumento che il Signore ci dona per imparare a servirlo nei più poveri.

Per questo la Casa della Carità è una palestra per tutta la parrocchia: qui si viene per allenarsi a vivere la Carità e la fraternità, perché l’Amore di Gesù diventi il nostro stile di vita che ci fa capire che siamo cristiani negli ambienti di lavoro, di scuola, di svago, di incontro.

La famiglia della Casa della Carità può essere un luogo di comunione e di unità dove si superano barriere e divisioni divenendo così testimonianza di fraternità e di pace.

È importante dunque che la comunità parrocchiale si senta più responsabile della Casa, ne senta come propri i problemi, le gioie, la sua stessa vita. Non è dunque una realtà a sé stante, non una fra le tante attività, ma parte integrante della parrocchia ed espressione privilegiata del suo vivere la Carità.

Un’esperienza nata dall’amore per la Chiesa

«Attraverso la loro obbedienza e docilità al Signore e alla sua Parola, al Vescovo, ai poveri e alla storia è nato quel che è nato». Con queste parole  don Romano Zanni, Fratello della Carità, ha cercato di trasmettere «l’enorme eredità» lasciata da don Mario Prandi, parroco di Fontanaluccia (provincia di Modena – diocesi di Reggio Emilia) fondatore delle Case della Carità e di suor Maria Giubbarelli, la prima Carmelitana minore della Carità.

Le Case della Carità, quindi come frutto d’amore, dono della misericordia del Signore. Un dono che è gioia, fatica, responsabilità di tutti mantenere vivo, perché – come è stato detto a conclusione della serata «oggi è più che mai attuale e profetico lo spirito delle tre mense: la mensa della Parola, dell’Eucaristia, dei poveri».

Don Romano ha considerato la vita e la fede di don Mario Prandi, raccontando che «prima di tutto era un parroco, un pastore». «La prima Casa della Carità a Fontanaluccia è nata dal suo cuore di parroco che ha trovato nella comunità alcune persone gravemente handicappate. Far famiglia con questi sofferenti significava per la parrocchia custodire i suoi poveri come i gioielli più preziosi. In casa c’era bisogno della presenza stabile di persone consacrate che facessero da “madre dei poveri”; le suore disponibili non si erano trovate e allora don Mario si fida della Parola del suo Vescovo che gli dice di cominciare con alcune ragazze della parrocchia». «Eccellenza – rispose don Mario – ne ho sempre fatte di tutti i colori, ma di suore non ne ho fatte mai!». Invece, nell’obbedienza, il 16 luglio 1942 nascono le prime tre Carmelitane Minori – suor Maria, suor Gemma, suor Giuseppina – «consacrate al regale servizio degli infelici e dei sofferenti», la cui regola suprema sarà la parola di Gesù: «Quello che avrete fatto a questi piccoli, lo avrete fatto a me».

«Don Mario poi nutriva un amore immenso per la Santa Chiesa che è madre, e – ha detto don Zanni – un amore immenso per il proprio Vescovo, che è il padre che il Signore ti ha messo accanto». Ecco perché nel testamento scrive: «Come sono contento di avere avuto questa immensa fortuna di essere nato e vissuto nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica e aggiungo, a scanso di equivoci, romana e reggiana. In mezzo a tutte le nostre povere miserie c’è però questa ricchezza e certezza, di essere con Cristo se si è con la Chiesa».

Anche di suor Maria del Carmine don Romano ha considerato alcuni aspetti della vita e della fede. «Non so se suor Maria è stata una donna perfetta, comunque quel che dice il libro dei Proverbi è calzante. È stata una donna forte, con una grande ricchezza di cuore, persona ricercatissima da tanta gente. La sapienza di cui era piena le veniva da un’intimità con Cristo e i poveri». Donna di grande umiltà e nascondimento, nel suo parlare era contenuta. Donna fedele, d’equilibrio, pratica e concreta, attenta a tutta la Casa e a tutta la famiglia delle Case